RECENSIONE La mano sinistra del buio di Ursula K. Le Guin

La mano sinistra del buio

 

Trama:

Sul pianeta Inverno, coperto di ghiacci perenni e dominato da una struttura semi-feudale, l’Ecumene ha inviato un emissario, Genly Ai, incaricato di convincere gli indigeni a unirsi alla Lega. Non sarà facile per lui entrare in contatto con gli abitanti di quel mondo alieno, ancora ignoto, che trascorrono i cinque sesti della loro esistenza in uno stato ermafrodito neutro, per poi essere maschi o femmine solo nei giorni del kemmer. Per riuscire nel suo intento, l’Inviato dovrà superare differenze biologiche, culturali, psicologiche, sociali e comprendere articolate organizzazioni politiche, oltre che affrontare condizioni estreme in un attraversamento del grande Nord degno di Jack London.


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La fantascienza non prevede; descrive.

Le previsioni sono enunciate dai profeti (gratis), dai chiaroveggenti (che di solito si fanno pagare, e finiscono così per essere rispettati nella loro epoca più dei profeti) e dai futurologi (stipendiati). Le previsioni sono compito dei profeti, chiaroveggenti e futurologi. Non sono compito dei romanzieri. Il compito dei romanzieri è mentire.


Ursula Le Guin



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Parlare di questo libro per me sarà molto difficile; pur non essendo la prima lettura che affronto, continuo a credere di non essere abbastanza brava per poterne fare una recensione accurata e coerente. Forse non sono nemmeno abbastanza preparata per poter trattare tutti gli argomenti che affronta, ma più di ogni altra cosa è una questione legata all’affetto che provo e a quello che mi lega a questo romanzo. Potrei essere di parte perché ognuna rilettura affrontata mi ha spinto ad amarlo per un modo differente.

Ma andiamo con ordine: come ho detto questa è stata una rilettura, l'ennesima. Con una differenza, forse più di una, ovvero il titolo. Il libro di Ursula K. Le Guin è stato conosciuto per lungo tempo come La mano sinistra delle tenebre, ma ora, con coraggio e una decisione della traduttrice, è stato trasformato, non in maniera troppo differente, ma forse, pensandoci a mente fredda e da adulta, più adatto: La mano sinistra del buio.

Dal momento in cui è stato presentato con questo nuovo titolo, ho letto ogni genere di commento. Gente che si lamentava per questo stravolgimento; ma siamo sinceri buio e tenebre sono termini similari, che si possono usare e scambiare, altro che stravolgimento. Poi sono giunta all'illuminazione e mi sono accorta che le persone sono abitudinarie, per anni hanno chiamato il libro così, trovarlo con un altro nome le ha stranite. Per molti rimarrà La mano sinistra delle tenebre.

Io stessa, le prime volte ho dovuto pensare bene a che titolo stessi usando durante la stesura di questa recensione.

E poi, essendo curiosa di natura, ho seguito un po’ i commenti in giro, cercando di capire se mi piacesse o meno, se anche io fossi abitudinaria come tutti gli altri o no. E alla fine sono giunta a una conclusione.


Il titolo con cui l’ho conosciuto - La mano sinistra delle tenebre - è evocativo, a una ragazzina di quattordici anni aveva fatto pensare a tante cose, immagini più o meno spaventose, quando non ne sapeva nulla della trama. Ma non è solo lo stupore per il libro il motivo per cui vi sono affezionata. Era uno dei libri di fantascienza preferiti da mio padre, dopo Isaac Asimov e Robert A. Heinlein, Ursula K. Le Guin era tra i suoi autori preferiti. E questo libro in assoluto uno dei suoi romanzi che amava di più, ho ancora la sua copia, uscita eoni fa, nella mia libreria, accanto a questa nuova traduzione.

E così, alla fine, senza disperarmi troppo, ho deciso che La mano sinistra delle tenebre rimarrà quel libro regalatomi da mio padre con cui mi ha fatto conoscere la fantascienza; una fantascienza e un’autrice che trattavano argomenti complessi e fuori da ogni schema per quegli anni. Un libro e un titolo dei ricordi, e del mio viaggio come lettrice di fantascienza.

La mano sinistra del buio, questa nuova traduzione, invece è un romanzo completo, che tratta argomenti importanti, non differenti, ma spiegati meglio, in maniera più moderna e attuale rispetto alla vecchia traduzione.

Perché diciamoci la verità, alcuni pensieri, alcune scene, di una traduzione che ha la sua età, di un tempo passato sono velate e forse un po' confuse.

L’autrice era una donna avanti con il pensiero, più moderna rispetto a molte persone di oggi e ha scritto un libro complesso, sia per come è strutturato, ma anche per come ha creato la società del pianta Inverno.


Credo che a modo suo, sia uno di quei libri che mi ha spinto a leggere romanzi a tematica LGBT. Non si può definire La mano sinistra del buio  un romanzo di questo genere, non nel vero senso del termine, eppure tratta argomenti riguardo l’identità di genere in maniera profonda, soprattutto per il periodo in cui è stato scritto. Ho sempre apprezzato il modo in cui Le Guin è riuscita a costruire il libro, creare questa società simile e opposta rispetto a quella dell’invitato dell’Ecumene, e di come lui, con il tempo, è riuscito a comprenderla, accettarla e farla quasi sua.

Gli abitanti di Gethen sono creature androgine, per la maggior parte della loro vita non sono né uomini, né donne. Una volta ogni ciclo, quindi ogni trenta giorni entrano in kemmer ed è il periodo in cui sono fertili e possono concepire e avere desiderio sessuale. In quei momenti, quello che in un rapporto ha assunto il ruolo maschile, in un altro può assumere quello femminile e dare alla luce un erede. Gli abitanti di Gethen possono essere i padri di alcuni figli e le madri di altri, e credo che questo concetto possa aver scioccato tantissime persone. Cosa che invece io ho trovato molto interessante, proprio come tutta la cultura che Le Guin ha creato intorno a Gethen, non solo la società, ma anche la cultura e la mitologia.

La contrapposizione tra Genly Ai, inviato dell’Ecumene e la popolazione di Gethen è principalmente biologica e sull'aspetto. Lui, ai loro occhi, è una sorta di pervertito, perché essendo umano è biologicamente differente, ma ai loro occhi è sempre in kemmer, quindi sempre desideroso di accoppiarsi.

L’inviato, da parte sua, deve imparare a rapportarsi con gli abitanti del pianeta e comprendere la loro cultura.

Ho letto dei commenti, soprattutto di chi ha letto quest’ultima traduzione e mi hanno lasciato perplessa. Qualcuno considera Genly Ai una sorta maschilista; forse inizialmente è così, ma bisogna anche rendersi conto di quanto il libro sia figlio del suo tempo. Per quanto Le Guin fosse avanti anni luce di mentalità, è sempre un libro scritto da una donna nata a fine anni venti e pubblicato a fine anni sessanta. Periodi di cambiamenti entrambi, ma allo stesso tempo ancorati al passato e a una mentalità antica, che se ci ragioniamo bene, non è poi così svanita.

Eppure, qui entra in gioco la nuova traduzione, il lavoro che ha fatto la traduttrice Chiara Reali, un lavoro magnifico. Ha svecchiato il libro, con termini e descrizioni. Non cambiato, capiamoci bene, ma svecchiato, portandolo nel 2021, descrivendo in maniera più chiara sensazioni, pensieri e sentimenti dei personaggi.

Il punto di vista dell’inviato in alcuni momenti potrebbe sembrare antico e maschilista, proprio come ho trovato scritto in giro potrebbe sembrare sin troppo maschilista, ma con l’andare avanti della storia, lo stesso Genly Ai cambia, imparando a comprendere un mondo che non è il suo, ma soprattutto quegli abitanti, che lui non può considerare uomini o donne, anche caratterialmente, perché hanno le sfumature di entrambi. E riuscendo a capire di avere davanti un popolo differente, con il tempo impara a vederli come sono, belli e complessi, differenti da lui, ma alla fine nemmeno troppo.


Ma per quanto la storia viaggia su binari differenti, ovvero la crescita e la comprensione di un mondo alieno da parte dell’inviato, dall’altra c’è anche questo pianeta con i suoi abitanti che devono imparare a conoscere lui.

Adoro i racconti sulla creazione di Gethen, storie che sfociano tra la mitologia e la filosofia, e catturano il lettore, ammaliandolo.

Ma credo che la mia parte preferita dell’intero libro sia la traversata tra i ghiacci di Genly ed Estraven, durante quel lungo percorso tra le nevi, sempre in bilico tra la vita e la morte, i due imparano a conoscersi e a modo loro ad amarsi. Imparano a confidarsi, creando un rapporto e un punto d’incontro che non erano riusciti a instaurare prima, tante erano le differenze culturali.

Si amavano? È successo qualcosa tra i due? La prima risposta è sì, a modo loro, in maniera platonica, superando le loro differenze, il carattere.  Se è successo qualcosa invece, rimarrà nell'immaginario di chi legge. E anche qui torna in gioco la traduzione, che ha reso l’ultima parte del romanzo molto più chiara, più libera dei sentimenti che i due provano. Sentimenti, dubbi, rimpianti e paure. Affiora tutto molto meglio e con più naturalezza, come se ogni desiderio e pensiero dei due fosse più libero, meno artefatto. Rimangono detti e non detti, in una sorta di amore platonico, ma con descrizioni e una traduzione che ha reso tutto molto più chiaro e meno bloccato da una mentalità antica.

Sì, sono del parere, proprio come ho scritto su un post di Instagram, serviva uno svecchiamento della traduzione, facendo in modo che gli argomenti trattati arrivassero in questo nuovo secolo.


Questa che ho scritto non è tanto una recensione, più che altro una sorta di vaneggiamento, mischiato a una dichiarazione d’amore per un libro a cui sono legatissima. Un libro che con il suo stile e i suoi argomenti mi ha aperto la mente, mi ha spinto verso generi di letteratura, di libri che forse, in altre circostanze non mi sarei avvicinata.

Lo consiglio, come consiglio la postfazione a fine romanzo, con tutte le dovute spiegazioni molto più approfondite su questo romanzo.

Leggetelo, assolutamente.





La luce è la mano sinistra del buio,

e il buio è la mano sinistra della luce.

Due sono uno, vita e morte,

e giacciono insieme come amanti in kemmer,

come mani giunte,

come la mèta e la strada.







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