RECENSIONE L'ombrello dell'Imperatore di Tommaso Scotti


 


Trama:


 L’ispettore Takeshi Nishida della squadra Omicidi della polizia di Tokyo ha un secondo nome che pochi conoscono, ma che dice molto di lui. All’anagrafe infatti è Takeshi James Nishida. Perché Nishida è un hāfu: un mezzo sangue, padre giapponese e madre americana.

Forse per questo non riesce a essere sempre accomodante e gentile come la cultura e l’educazione giapponese vorrebbero. Forse è per il suo carattere impulsivo, per quel suo modo obliquo e disincantato di vedere le cose e le persone che lo circondano, che non ha mai fatto carriera come avrebbe meritato. O forse è perché lui non vuole fare carriera, se questo significa mettere i piedi sotto la scrivania invece di usarli per battere le strade di Tokyo, città che ama e disprezza con altrettanta visceralità – e che allo stesso modo lo ricambia.

Ma Nishida è eccezionale nel suo lavoro: lo dimostra il numero di indagini che è riuscito a risolvere. Fino al caso dell’ombrello. Un uomo, ritrovato morto. L’arma del delitto? All’apparenza, un comunissimo ombrello di plastica da pochi yen, di quelli che tutti usano, tutti smarriscono e tutti riprendono da qualche parte.

Ma questo ombrello ha qualcosa che lo differenzia dagli altri. Un piccolo cerchio rosso dipinto sul manico e, soprattutto, un’impronta.

E Nishida si troverà di fronte a un incredibile vicolo cieco quando scoprirà a chi appartiene l’impronta digitale del possibile assassino: all’imperatore del Giappone.


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Eccomi qui con un’altra recensione, non svanisco e non vi lascio per troppo tempo senza sproloqui.

Oggi vi parlerò de L’ombrello dell’imperatore di Tommaso Scotti, un thriller edito da Longanesi che mi ha incuriosito sin da subito, sia per la copertina, sono una creatura volubile lo so, ma soprattutto perché l’autore è italiano, un italiano trapiantato nel paese del Sol Levante, e questa cosa ha veramente stuzzicato la mia curiosità perché volevo vedere e leggere come l’autore avesse impostato il libro. Ancora più incuriosita perché il personaggio principale è giapponese, almeno in parte.

Ora, lo so che siamo nel 2021; con le giuste ricerche, con un bravo editor un autore può ambientare un libro ovunque. Per avere delle nozioni, farsi un’idea dei luoghi bisogna ovviamente mettersi a fare montagne di ricerche su ogni cosa, però puoi vivere per tutta la vita in un luogo, sentirlo tuo, e allo stesso tempo non comprenderne appieno la cultura e avere ancora tanto da imparare.

In questo caso penso che l’autore sia nel mezzo: ha molte cose da imparare, eppure ha scritto un buon thriller, con una trama interessante.

Inizialmente pensavo di trovarmi tra le mani un romanzo dove il personaggio straniero cerca di districarsi in un mondo, in una cultura completamente differente. In questo caso invece Scotti ha voluto affrontare la trama dall’interno, mostrandola con un personaggio nato e cresciuto in Giappone, che comprende la cultura del paese e allo stesso tempo se ne sente escluso, sente una parte di sé completamente differente. Già, perché l’ispettore Nishida apparentemente è giapponese, ma quel secondo nome, James, dimostra quel lato di sé che per molto tempo lo ha fatto penare, quel carattere estremamente diretto, più focoso rispetto a quello di un giapponese purosangue. E tutto questo viene da sua madre, da quella donna arrivata in oriente per studiare e rimasta affascinata dal posto, dalla cultura e dal padre di Nishida.

E così il protagonista di questo romanzo è un un hāfu: un mezzo sangue.

Dunque, ora voi vi domanderete: ma il libro ti è piaciuto? Sì, il romanzo mi è piaciuto, ho apprezzato il modo in cui è stato costruito, come l’autore attraverso dei ricordi porta avanti le indagini. Mi è piaciuto come la semplicità di un oggetto collegasse tantissime persone, passando di mano in mano, per poi arrivare a essere l’arma di un efferato delitto e, in tutto questo, passando anche tra le mani dell’Imperatore. Eppure, pur essendomi piaciuto il romanzo, ho trovato qualcosa che mi stonava durante la lettura.

Ho letto altri libri scritti da occidentali che parlavano del Giappone, ne vedevano le differenze culturali, ci si scontravano, mostravano con gli occhi di uno straniero un mondo così differente. E ho letto anche molti libri di autori giapponesi. Mi sono resa conto che entrare nella mentalità nipponica è quasi impossibile per un occidentale. Ci sono tanti punti, tanti comportamenti che sembrano assurdi, quasi surreali, per non parlare poi dello stile dei vari autori: che sia Mishima, Murakami o Banana Yoshimoto, per non parlare di molti altri, tutti hanno quel tocco quasi onirico quando scrivono, sembrano dei sogni, momenti che si mischiano tra loro tra sogno e realtà.

Non so spiegarmi come sia possibile, eppure penso che quello stile, che descrive anche il caos e il marasma di una città come Tokyo, identifichi in parte gli autori, ma anche la società di cui parlano. Quindi anche in un libro, qualsiasi sia il genere, c’è uno scontro tra tradizione e moderno, e soprattutto tra l’essere educati e non esserlo.

Sì, è difficile da spiegare, ma sono sensazioni che nel libro di Scotti non ho trovato. Per quanto conosca bene la città, i suoi quartieri, la società giapponese, leggendo dei vari personaggi sentivo ci fosse qualcosa di stonato, che mi convinceva poco.

Qualcosa che lui ha cercato di nascondere usando l’escamotage di un personaggio principale non del tutto giapponese, che conosce la società, le sue regole e il comportamento, ma che allo stesso tempo ha anche quella parte sin troppo diretta che arriva dall’altra parte dell’oceano.


Tornando a noi, come ho scritto sopra ho trovato il libro di Tommaso Scotti una lettura gradevole, differente dal solito. Ha fatto una prova, un azzardo che lo porterà a migliorare sicuramente per la resa del Giappone e dei suoi ambienti, la sua cultura; per quanto riguarda la trama invece, su di quella non ho nulla da dire: mi è piaciuto il modo in cui è stata costruita, come l’autore porta avanti la storia, facendo ascoltare al lettore gli avvenimenti dei vari personaggi che man mano sono entrati in possesso di questo ombrello. Perché alla fine non è solo un’indagine, ma un occhio su un mondo completamente differente da quello che conosciamo, ed è anche la storia di tutti quei personaggi che man mano si presentano davanti agli occhi dell’ispettore Nishida e del lettore. Tutti importanti, tutti che che accrescono la curiosità, facendo nascere la domanda su chi di  loro sarà il colpevole e sul perché è stato commesso un omicidio tanto efferato.

Ho avuto modo di leggere un libro con un buon intreccio, che aumenta la suspense del lettore e allo stesso tempo lo accompagna per le strade di Tokyo con delicatezza. Ci mostra che si può creare una buona storia, un buon thriller anche senza inseguimenti e sparatorie, il finale poi è una vera e propria sorpresa. Forse avrei inserito qualche Pov in più dell’assassino, giusto per far comprendere la sua follia al meglio, il desiderio di uccidere, ma allo stesso tempo è un finale interessante, che spiazza il lettore.

Mi è piaciuto anche il modo di scoprire alcune cose della cultura nipponica, il fatto che per la polizia basta poco per considerare qualcuno colpevole, ovvero sono tutti colpevoli fino a prova contraria.

Il punto forte però dell’intero libro è il suo protagonista: l’ispettore Nishida penso che potrà entrare nei grandi ispettori della narrativa un giorno, se ci saranno altri libri con lui come protagonista. Penso anche che in questo modo l’autore avrà modo di migliorarsi, di riuscire a fare completamente sua l’ambientazione giapponese. Ma ora soffermiamoci su questo personaggio; sorvolando sul suo essere diretto, molto più schietto di un giapponese purosangue, credo che alla fin fine sia una giustificazione per poter dire tutto quello che gli passa per la mente senza essere biasimato troppo, perché può avere la madre americana, aver passato una parte della sua vita con lei, ma alla fine l’educazione ricevuta è quella giapponese. Quindi suppongo che sia più una scusa, che altro, ma proprio questo suo carattere lo fa spiccare. Mi ha fatto sorridere in che modo tratta il suo sottoposto, cercando di metterlo in difficoltà e facendolo impanicare come pochi con atteggiamenti che non sono proprio giapponesi; quel poveretto alla fine mi ha anche fatto un po’ pena.

Nishida comunque è un personaggio decisamente ambivalente, credo che potrebbe essere perfetto per un noir: ha i suoi lati oscuri, i pensieri cupi, atteggiamenti che in qualche modo superano le righe tra il bene e il male. Decisamente interessante questo ispettore creato da Scotti e sono curiosa di leggere di più su di lui, soprattutto visto uno dei capitoli finali del romanzo. Ci sarà un altro libro con questo ispettore? Scopriremo di più su di lui?

Lo spero, perché come lettura è stata interessante e mi ha tenuto compagnia per alcuni giorni.






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